come-nasce-umorismo_244-jpg__7360x4912_q85_crop_subsampling-2_upscaledi Jennifer Virone

Il 29 gennaio 2017 il The Guardian, un noto giornale britannico, ha pubblicato un articolo intitolato “Black humour is sign of high intelligence, study suggests”. In questo articolo si sostiene che per trovare qualcuno dotato di grande intelligenza  basterebbe osservare la sua reazione ad una serie di battute, poiché l’ipotesi è che  l’intelligenza giochi un ruolo chiave nella valutazione dell’umorismo.

Ora, senza voler generalizzare né tantomeno considerare l’intelligenza e il senso dell’umorismo come qualità inscindibili, quello che possiamo evidenziare da questo articolo è che le persone dotate di particolare intelligenza sarebbero maggiormente in grado di cogliere le incongruenze tipiche dei racconti umoristici, la cui comprensione sembrerebbe legata ad un processo mentale simile a quello del problem solving. In effetti abbiamo già parlato delle caratteristiche tipiche dei gifted e tra queste emerge proprio un sottile e peculiare senso dell’umorismo.

Ma cosa intendiamo per senso dell’umorismo? Quando possiamo cominciare a definirlo tale?
Ci riferiamo innanzitutto alla capacità di notare e mettere in evidenza gli aspetti più ridicoli di una situazione, per divertire o anche esprimere risentimento attraverso il riso. Osservando i bambini possiamo notare che iniziano a sorridere già intorno ai due mesi di vita, ma ancora non possiamo parlare di sorriso come modalità comunicativa, né ovviamente di senso dell’umorismo. Le ricerche in età evolutiva parlano di sorriso intenzionale intorno ai sei mesi, ma solo a partire dai diciotto i bambini inizierebbero a cogliere l’ilarità sottesa dietro ai comportamenti scherzosi, alle smorfie, alle imitazioni. La comparsa del linguaggio è un grande traguardo in questo senso: il bambino acquisisce nuovi strumenti, diventa in grado di utilizzare dei simboli (le parole) per comunicare con l’altro; scopre il potere del “come se” e sperimenta l’esistenza di prospettive diverse, di realtà soggettive che possono mettere in discussione i fatti: può giocare a fare lo chef con un piattino e una matita, o vendere frutta al mercato comodamente dal divano di casa. Quella del “fare finta di” è una capacità rappresentativa che mette in luce come il bambino impari, crescendo, a cogliere e mettere in scena la complessità di ciò che sperimenta, quindi anche i paradossi e le incongruità.

I bambini gifted, che spesso eccellono per competenza verbale, riescono più facilmente a cogliere nessi e relazioni tra gli eventi e questa capacità può essere quindi legata ad uno spiccato senso dell’umorismo. Sono però bambini anche molto sensibili alle critiche e alle frustrazioni, perché emotivamente meno maturi, quindi possono offendersi particolarmente quando le loro battute non vengono colte o apprezzate. Paradossalmente può accadere che una qualità aggregante e socializzante come l’umorismo li renda invece aggressivi o ipercritici, con possibili difficoltà nelle relazioni con gli altri. Così, quello che solitamente è un grande punto di forza nei gifted rischia di trasformarsi in un punto di debolezza. La battuta può ad esempio diventare uno strumento di provocazione e sfida anche con l’adulto di riferimento, che può non rendersi conto dell’emotività sottostante. A scuola per esempio può succedere che il bambino, annoiato dalla spiegazione dell’insegnante, intraveda nei commenti ironici un’opportunità di svago e distrazione ed è molto probabile che, se questa modalità diventa l’unica via per esprimere la frustrazione, il bambino diventi il clown della classe e finisca a riconoscersi solo in questo ruolo. Come possiamo, allora, aiutare i gifted nella gestione delle loro emozioni sostenendo questa “qualità a doppio taglio”? Anche in questo caso, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: se da un lato la consapevolezza cognitiva favorisce lo sviluppo dell’umorismo, d’altra parte l’umorismo, adeguatamente sostenuto, può diventare un valido aiutante della consapevolezza emotiva. Il bambino può imparare cioè a utilizzare il pensiero umoristico per comunicare le emozioni spiacevoli, a gestire la propria emotività e a rielaborare gli eventi assumendo punti di vista inediti.
Per aiutarlo in questo processo, è importante:

essere un modello: se accade qualcosa di inaspettato, ad esempio si rompe un oggetto, si può scherzare sulla propria goffagine pur comunicando le emozioni spiacevoli, che con il riso diventeranno più tollerabili;

incoraggiare l’umorismo del bambino, condividendo i momenti di divertimento e allo stesso tempo aiutandolo a riflettere sulle incongruità che li hanno suscitati;

facilitarne l’espressione nelle sue varie forme, dai racconti alle immagini, dai video alle imitazioni, aiutando il bambino a differenziare le situazioni in cui queste possono avere o non avere luogo;

Ricordare infine che, imparati i limiti da osservare e i contesti in cui farlo, ridere è sempre contagioso.

 

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