Di Jennifer Virone

Possiamo immaginare l’emotività di un bambino gifted  (o plusdotato) come una stanza chiusa a chiave: la casa è confortevole ma ogni volta che nella stanza accade qualcosa non è possibile capire cosa; i rumori che provengono dall’altra parte creano fastidio e, in alcuni casi, ansia. Ogni evento frustrante scardina un pò la porta, mettendone a repentaglio la stabilità e aumentando l’allerta di chi è dall’altra parte e non sa cosa stia accadendo.

La mente di un bambino plusdotato è proprio così: riesce perfettamente ad elaborare le informazioni e comprendere la complessità emotiva di ciò che accade, ma allo stesso tempo non riesce a comprendere cosa accade. I bambini plusdotati, grazie alla grande sensibilità che li contraddistingue, vivono intensamente ciò che li circonda e riescono a capire molto intuitivamente le dinamiche degli eventi nella loro vita. Hanno una grande consapevolezza del presente e un’altrettanto sviluppata capacità di immaginare possibili conseguenze future.

Possiamo immaginare che le risorse cognitive di questi bambini siano la chiave di accesso alla stanza “emotività”. Il nostro gifted ha solo un problema: le chiavi che possiede sono troppe e non sa come cercare quella giusta. Più i rumori si fanno presenti, più si spaventa e diventa disorganizzato nel cercare di aprire la porta. Allora prova le chiavi sbagliate, prende la porta a spallate; ogni volta che tenta di aprirla rischia di farsi male. Può anche accadere che egli rinunci a sapere cosa accade dall’altra parte, ignorando i rumori o mettendo in atto strategie che consentano di attutirli.

Se solo sapesse quale tra mille è la chiave giusta!

Stiamo dicendo che in assenza di strategie organizzate, i vissuti emotivi possono essere fonte di confusione e avere ripercussioni sul benessere psicologico del bambino. Non è raro infatti che questi bambini, se non adeguatamente supportati, sviluppino stati ansioso depressivi o comunque vissuti di disagio. Una possibile alternativa al disagio è l’evitamento: per non  dover vivere la caoticità del mondo emozionale il plusdotato può scegliere, inconsapevolmente, di rinunciare a quel mondo. Si assiste in questo caso ad un progressivo disinvestimento nelle attività e ad un sempre maggiore isolamento sociale.

Come possiamo aiutare il gifted a confrontarsi serenamente con le proprie emozioni? Come possiamo aiutarlo a cercare la “giusta chiave”?

Innanzitutto è importante contenere l’angoscia e la disorganizzazione che segue gli eventi frustranti, evitando di

dirgli “non preoccuparti, non è successo nulla: sminuire il problema vuol dire svalutarlo ma soprattutto comunicargli che quella reazione è inadeguata o eccessiva. Ciò non fa altro che aumentare l’ansia e la frustrazione.

attribuirgli alte aspettative ad ogni costo: i bambini devono imparare a stare bene con se stessi, a capire quali sono i loro desideri e come fare per realizzarli. Visualizzare un gifted in modo grandioso può farlo sentire obbligato a corrispondere ad un ideale che non gli appartiene.

evidenziare le possibili conseguenze negative di un evento: il gifted già ha la capacità di fare previsioni, mentre gli manca quella di tollerare le sconfitte o le delusioni. Non ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa accadrà se non si comporta in un dato modo, ma di qualcuno che gli sia vicino se ciò si verifica.

Una volta imparato a contenere i vissuti del bambino riusciremo ad aiutarlo meglio ad utilizzare sue abilità per imparare a gestire l’emotività. Prima di capire come, è utile fare un riepilogo di alcune caratteristiche funzionali a questo scopo e spesso comuni nei gifted:

– sono curiosi

– sono creativi

– sono sensibili

– sono intuitivi

– apprendono facilmente attraverso il canale visuo-spaziale

– preferiscono le visioni d’insieme

– hanno grandi abilità di sintesi

Facendo leva su questi punti di forza, possiamo aiutare i gifted nella gestione emotiva lavorando attraverso le espressioni creative, l’immaginazione, l’umorismo e le tecniche di problem solving. La creatività e l’immaginazione consentono loro di esprimere in modo produttivo emozioni non altrimenti comunicabili, utilizzando il canale non verbale. L’umorismo e le tecniche di problem solving aiutano a gestire la frustrazione di un’aspettativa disattesa, trasformando la delusione in un motto di spirito o nel punto di partenza per un “rompi-capo” da risolvere.

Facciamo un esempio:

Mario ha 8 anni e un QI di 135. Sa già fare le espressioni algebriche, mentre ha più difficoltà nella comprensione del testo in italiano: mentre legge fantastica, si distrae e fa fatica a completare tutto per tempo. Mario odia l’italiano e ogni volta che ha i compiti si arrabbia, urla e non vuole farli. La madre sa che è molto intelligente e lo rimprovera, non riuscendo a capire perché mai debba comportarsi “come un bambino piccolo”. La verità è che Mario non sopporta di non riuscire nel compito, fa fatica a concentrarsi perché vorrebbe approfondire altro, ma non riesce ad esprimere chiaramente il suo disagio, proprio “come un bambino piccolo”. Tutto ciò che tenta di fare è evitare la frustrazione dei compiti di italiano, ma la mamma non lo sa e quando si arrabbia lui si sente ancora più inefficace, così aumenta la sua ansia.

Tenendo a mente gli atteggiamenti da evitare (svalutazione del problema, alte aspettative, conseguenze negative), si potrebbe chiedere a Mario di fare un disegno attraverso cui far capire alla mamma “quanto è brutto fare italiano”, “cos’è l’italiano per me”; più la mamma riuscirà a capire il suo disegno, meno si arrabbierà se non ha voglia di fare i compiti. Mario può esprimere il suo stato emotivo attraverso forme e colori e può parlarne senza doverlo fare in modo esplicito. Utilizza un terreno in cui si sente al sicuro e sperimenta che le sue emozioni non hanno sempre effetti negativi (il rimprovero della mamma), ma anche positivi (un bel disegno). Può poi decidere con la mamma di alternare in modo strutturato piccoli momenti di italiano ad altri di un’attività che preferisce, aiutandosi in questo modo a visualizzare un obiettivo desiderabile a seguito di un’attività sgradita. Mario trova così un’alternativa per esprimere la frustrazione in modo protetto e per disinnescare il meccanismo di insuccesso-frustrazione-rimprovero che lo conduce alla rinuncia. Imparando ad esprimere ciò che prova, può familiarizzare anche con i vissuti spiacevoli e costruire uno spazio attraverso cui imparare a mettersi alla prova.

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