capricci_bambinidi Cinzia Schiappa

Su un tram affollato salgono una signora e i suoi due figli, una bambina di circa 10 anni e un bambino di circa 5. Squilla il telefono, “Rispondi, è tuo padre” dice la mamma alla bambina, che non esita a prendere la chiamata e a parlare con il padre. “Papà vuole parlare con te” dice dopo qualche minuto la bambina alla mamma, la quale, con qualche disappunto, accetta di parlare con l’uomo. I toni si scaldano e un pungente sarcasmo non tarda ad arrivare: “Cosa vuoi da me? Potevi pensarci prima […] Non sono fatti tuoi cosa faccio io […] Mi devi dare i soldi, 300 euro non bastano per due bambini […] A me non interessa né di te né della tua famiglia, io non devo chiedere niente a nessuno […]”. “Parla con papà” dice con tono seccato la mamma porgendo il telefono al figlio più piccolo, il bambino si rifiuta e affonda la testa nella borsa della signora, che, senza farselo ripetere due volte, riprende il telefono e dice “Non ti vuole parlare”.

Il discorso tra i due riprende, sempre con lo stesso tono sarcastico e accusatorio. Il bambino scompare sempre più tra la borsa e il cappotto della madre, fino a quando non fa cenno di voler parlare con il padre ma, non appena ha il telefono tra le mani, prova a chiudere la chiamata. Interviene prontamente la sorella che prende il telefono e spiega al padre l’accaduto; il bambino ritorna con la testa nella borsa della madre. La signora poi riprende il telefono e il discorso precedentemente interrotto. “Mamma, quando arriviamo?” inizia a chiedere con insistenza la bambina, ma nessuna risposta della signora basta a calmarla; nel frattempo il bambino si appende sempre più alle vesti della madre. “Devo attaccare, i tuoi figli non si reggono più e a tua figlia tra un pò gli viene un attacco di panico”, termina la chiamata. La signora, facendo riferimento ad altri episodi, dice alla bambina che si stava sentendo male perché lì faceva caldo ma che non si doveva preoccupare perché adesso sarebbero scesi. “Mamma ma non è per quello…” le risponde la figlia; il bambino riemerge dal suo “nascondiglio”.

Che bambini capricciosi! Direbbe qualcuno, ma siamo sicuri che siano solo capricci?Esplicitare le proprie emozioni non è sempre così facile, soprattutto in un ambiente poco propenso all’espressione e alla condivisione di questi contenuti e, dunque, poco stimolante in tal senso. Ma le emozioni e i pensieri che non trovano parole dove finiscono? Sicuramente troveranno un’altra strada, emergendo attraverso altri canali di comunicazione, laddove noi sappiamo che la comunicazione si muove anche su un piano corporeo-non verbale.

Ritornando al caso appena citato, siamo sicuri che quei bambini vogliano solo dar fastidio alla madre? Contestualizzando quelli che a prima vista sembrerebbero capricci possiamo coglierne il significato più profondo. Innanzitutto notiamo come i comportamenti dei due bambini, seppur completamente diversi, abbiano contribuito allo stesso risultato, ovvero l’interruzione della conversazione tra i due genitori e, non a caso, quando la mamma chiude la chiamata, i comportamenti “capricciosi” cessano (il bambino si rimette in piedi e la bambina ritorna silenziosa).

Secondo il primo assioma della comunicazione umana, come ci insegna Watzlawick, ogni forma di comportamento è comunicazione, silenzi compresi, per cui è impossibile non comunicare in quanto non esiste un non-comportamento. Quindi, assumendo quest’ottica, si riesce ad andare al di là del semplice comportamento, lo si osserva nella sua complessità, se ne riconosce la sua portata comunicativa e se ne colgono le funzioni, cosa che invece non sarebbe possibile qualora ci si lasciasse guidare dall’idea che la comunicazione passi solo per la parola.

Mettendo queste “lenti” possiamo anzitutto cogliere la presenza di un’intenzione comunicativa nei comportamenti dei due bambini, per poi arrivare a formulare delle ipotesi su cosa loro ci vogliano comunicare. Se avessimo altri elementi potremmo anche provare a fare delle ipotesi sul perché quei bambini ci inviano quel messaggio e perché abbiano scelto proprio quel canale comunicativo piuttosto che un altro; queste informazioni andrebbero poi intrecciate con quelle sull’ambiente familiare, per avere una veduta più ampia sulle modalità relazionali che caratterizzano quel contesto.

Al di là di questo caso specifico, è importante sviluppare le risorse per individuare ed interpretare i messaggi dei più piccoli, perché solo in questo modo si potranno fornire delle risposte efficaci e coerenti. Spesso, istintivamente, la prima cosa che si è tentati a fare di fronte ad un comportamento problematico è cercare di eliminarlo con tutti i mezzi che si hanno a disposizione in quel momento (ad esempio punizioni, minacce, ecc.), ma così facendo si rischia di stroncare sul nascere un faticoso tentativo di comunicazione da parte del bambino. Per fortuna alcuni bambini, in alcune situazioni, manifestano dei sintomi comportamentali o fisici, o più semplicemente fanno dei “capricci”, e ciò vuol dire che sono riusciti finalmente ad esprimere un qualche tipo di disagio che non hanno saputo gestire e verbalizzare. I comportamenti-problema possono essere un importante campanello di allarme, per cui non vanno soffocati, ma interrogati e ascoltati per cercare di capirne il senso e il collegamento con quanto sta avvenendo.

In conclusione, bisogna prestare occhi ed orecchie anche a quei comportamenti apparentemente insensati perché possono essere un tentativo del bambino di “tirare fuori qualcosa” e potranno essere un’occasione per i genitori, e l’intera famiglia, per creare uno spazio di riflessione e condivisione su quanto sta accadendo.

 

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