di Jennifer Virone

La scuola ad oggi è uno dei contesti privilegiati per la crescita dei bambini,  luogo in cui trascorrono la maggior parte del tempo fuori casa. E’ qui che iniziano a costruire le prime relazioni, sviluppano le loro competenze, si sperimentano in mezzo agli altri.

Proprio per l’importanza attribuita a questo spazio, essa diventa spesso scenario di conflitti, di incomprensioni, di reciproche rivendicazioni tra famiglie e insegnanti. L’aspetto più delicato, ma anche complesso, è quello della mediazione. Si incontrano (e a volte scontrano!) punti di vista così lontani che rischiano di occupare le energie degli adulti di riferimento, creando situazioni di impasse che creano fraintendimenti e paradossalmente allontanano dall’oggetto di interesse: i bisogni del bambino.

Nel caso dei bambini plusdotati, la questione “calda” è quella del riconoscimento stesso della plusdotazione. Il bambino è plusdotato? E perché se è così intelligente non è in grado di fare quello che fanno gli altri? Una delle prime criticità è proprio questa: comprendere il delicato equilibrio presente tra risorse e fragilità. Si tratta di bambini che hanno doti preziose, che vanno sostenute e adeguatamente utilizzate in classe, ma che possono rimanere nascoste a lungo o addirittura portare a manifestazioni controproducenti, faticose da gestire per un insegnante che deve fare i conti con un’intera classe.

L’occasione per mettere insieme questi punti di vista è arrivata quando abbiamo conosciuto un insegnante che ha vissuto, da bambino e adolescente, le stesse difficoltà di alcuni degli alunni plusdotati con cui nel tempo si è trovato a lavorare. Abbiamo deciso di fargli qualche domanda per aiutare genitori e insegnanti a capire meglio la plusdotazione e per far sapere agli studenti plusdotati che non sono soli né incompresi.

Allora, eccoci. Quando hai scoperto la plusdotazione?

Ho scoperto cosa fosse la plusdotazione intorno ai 16 anni, quando preda di dilemmi esistenziali infiniti, ansie inspiegabili e senso di inadeguatezza, ho deciso (i miei genitori hanno spinto) di andare a fare un colloquio con una psicologa.

Quando, insomma, queste domande, ansie e paure cominciavano a toglierti energie che avresti potuto dedicare ad altro. Secondo te, perché molti plusdotati si fanno spesso domande esistenziali?

Quando pensi tanto, ore e ore, tutti i momenti, tendi ad andare in profondità col pensiero, e più vai in profondità più ti avvicini a quelle domande senza risposta: perché esisto? Che senso ha stare qui? C’è l’ha davvero un senso? Credo di aver passato più tempo a chiedermi questo che a dormire.

Il concatenarsi di tante domande una dietro l’altra può rientrare in quello che chiameremmo pensiero arborescente. Come si può distinguere il pensiero arborescente dalla disattenzione?

Per chi non ha dimestichezza con i plus, o non è plus a sua volta, può essere complicato da capire, perché un ragazzo che guarda nel vuoto può semplicemente essere distratto; in realtà per un plusdotato un pensiero è solo un trampolino di lancio per altri mille, che a volte diventano stanze chiuse e buie con pareti strettissime e altre immensi spazi tra cui volare e in cui perdersi. Paradossalmente basterebbe chiedergli a cosa sta pensando, io rispondevo sempre “eh…tante cose”.

A volte accade che queste catene di pensieri rendano molto difficile concentrarsi su qualcosa di specifico, proprio perché la mente di un plusdotato è abituata a viaggiare. E’ un modo di funzionare molto diverso da ciò che spesso viene richiesto a scuola. È possibile per un plusdotato trovarsi bene a scuola? Se sì, qual è il segreto secondo te?

Dipende, fondamentalmente un plus è un ragazzo come gli altri, quindi se trova dei bravi compagni e degli insegnanti validi si può trovare “bene”, diverso è il sentirsi stimolato e completamente a proprio agio. C’è chi magari tende a nascondere gli strani interrogativi, le emozioni forti, le stranezze; altri magari si chiudono in se stessi. Il problema è che un ragazzino non si rende conto del motivo per cui si sente diverso e semplicemente cerca il miglior modo per essere “normale”. Avere un insegnante attento è un buon punto di partenza.

A proposito di scuola, accade spesso che la plusdotazione sia associata ad una condizione di “genialità”, a voti brillanti, prestazioni ineccepibili. Non sempre tuttavia un alunno plusdotato è un alunno modello, anzi può vivere con fatica il contesto scolastico. Si può essere molto intelligenti e allo stesso tempo preoccupati per la propria performance?

Assolutamente si, il problema quando sei molto intelligente è che hai alte aspettative da te stesso. Credo che i plus ad un certo punto si rendano conto di avere quella marcia in più, anche se magari non sanno perché..pensa per uno che si sente sempre un passo avanti quanto fa paura poter rimanere un passo indietro ad altri!

Ecco che per paura di fallire e disattendere le proprie e altrui aspettative, alcuni studenti preferiscono non impegnarsi, non investire tempo ed energie nella scuola. Questo atteggiamento può suscitare negli insegnanti emozioni di rabbia, impotenza o addirittura diffidenza nelle capacità stesse dell’alunno. C’è qualcosa che oggi, da insegnante adulto, avresti voluto dire ai tuoi insegnanti di un tempo?

Si, al tempo avrei solo voluto incontrare qualcuno che mi dicesse “Guarda che io lo so come ti senti, cosa provi, quanto provi”, ma per fare questo un insegnante deve essere estremamente attento, perché il plusdotato a volte può sembrare semplicemente uno che non ha voglia di fare nulla, un lavativo. Invece non tutti i ragazzi con la testa tra le nuvole sono distratti, alcuni stanno semplicemente creando qualcosa.

Talvolta l’alunno plusdotato a non viene riconosciuto, talvolta capita anche il contrario però, cioè che egli non riconosca la figura dell’insegnante. Come può fare un insegnante a farsi rispettare?

A volte i plus (almeno per la mia esperienza) possono apparire presuntuosi, quindi è complesso rapportarsi con loro perché penseranno sempre di essere un passo avanti a te. Sicuramente un insegnante che interessa il ragazzo con qualcosa di particolare, di diverso, di stimolante ha buone possibilità, ma il top sarebbe trovare un insegnante che ti capisce, che capisce come ti senti e perché, un insegnante che si mette per così dire al tuo livello.

Ti è mai capitato di accorgerti che un tuo alunno era plusdotato? Come hai fatto a riconoscerlo?

Si, esattamente quest’anno, M.: primo banco, rompiscatole, logorroico, commentava ogni cosa succedesse in classe, metteva continuamente in discussione l’autorità mia e degli altri colleghi; sbeffeggiante, brillante, movimentato, annoiato dalle lezioni, ricco di domande interessanti e strane. L’ho subito riconosciuto, vedevo il piccolo me stesso proprio lì di fronte a me. L’ho preso sotto la mia ala come avrei voluto che facessero con me, l’ho fatto diventare tutor dei meno bravi della classe, ho consigliato alla madre una valutazione in un centro esperto in plusdotazione ed è venuto fuori che è davvero plusdotato. E’ cambiato radicalmente in ogni atteggiamento. Il M. sbeffeggiante ha lasciato il posto a uno gentile, sensibile, attento e presente.

Cosa consiglieresti agli insegnanti che hanno a che fare con un bambino o un adolescente plusdotato?

Come ho detto prima, occhi aperti e cercare di comprenderlo, stimolarlo, aiutarlo a capire che in lui non c’è nulla di sbagliato, che tutto ciò che sente non deve considerarlo un problema ma un dono; ha una lente d’ingrandimento sul mondo e sui sentimenti, deve solo imparare a usarla. Oltre a questo magari consigliare un buon centro in cui parlare con uno psicologo.

Cosa vorresti dire a tutti quei bambini e ragazzi come te, che ora stanno vivendo un momento difficile?

Semplicemente non disperare, non c’è nulla di sbagliato in te, tutto quello che pensi, tutto quello che non ti fa dormire, tutte le volte che ti senti diverso, inadeguato, strano; tutte queste cose sono frutto di un dono che nella vita a volte, è vero, peserà come uno zaino pieno zeppo di libri da portare sulla schiena, ma tante altre volte ti permetterà di vedere e sentire cose inimmaginabili, vedrai i colori di un mondo che prima sembrava bianco e nero. Ti senti solo perché quello che vedi e senti tu molti non lo vedono e non lo sentono. Spiegaglielo, magari una delle volte che lo fai trovi qualcuno come te.

Dalle parole di questo insegnante, possiamo ricavare degli spunti di riflessione preziosi:

Il modo più efficace per gestire un plusdotato è cercare di capire cosa prova e perché mette in atto un certo tipo comportamento.

Un alunno che sembra distratto, oppositivo o irrequieto, che porta all’esasperazione, sta inconsapevolmente facendo provare all’insegnante ciò che lui stesso prova in quel momento: impotenza. Cogliere questa comunicazione e partire dal vissuto comune può aiutare l’insegnante ad avvicinarsi emotivamente all’alunno.

Spesso per un plusdotato non è facile accedere a spazi di confronto: può avere paura,  vergogna, preoccupazione di aprirsi agli altri e mascherare questi sentimenti attraverso disinteresse o arroganza. Se costruiti con delicatezza e rispetto, gli spazi di confronto sono un’occasione preziosa per scagionare il timore di essere soli e diversi, di non poter fare affidamento sugli altri.